cucina e dispensa zona etica consapevolezza veganismo

LaChimicaVerde LaChimicaVerde 01 novembre 2017 — Ritengo che sia una buona pratica non fermarsi alla superficie e al sentito dire, ma riflettere approfonditamente sulle proprie scelte. Da tempo, per esempio, mi interrogavo sulla reale sostenibilità ambientale del veganismo. I miei dubbi riguardavano il frequente impiego, nelle ricette vegane, di prodotti provenienti da parti del mondo molto lontane: dal momento che l'impatto di un prodotto si può valutare solo considerando il suo intero ciclo vitale, mi chiedevo se fosse davvero rispettoso del pianeta utilizzare ingredienti che necessitano di un lungo viaggio per raggiungere le nostre tavole. E recentemente ho scoperto questo articolo, che ha risposto a molte domande: http://thevision.com/scienza/vita-di-un-vegano-non-etica/. L'ho trovato interessante e ho deciso di condividerlo con la comunità di Contiamoci perché spiega come nessuno stile di vita sia la soluzione di ogni male, e che è necessario invece ragionare sulle singole scelte quotidiane.

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littlepinkfairy
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La dieta vegana è l’unica dieta realmente sostenibile. Il fatto che in alcune ricette vegane si includano ingredienti che vengono da lontano non invalida questa realtà. Non è assolutamente necessario includere ingredienti esotici nella propria dieta. L’unica cosa da fare è escludere completamente gli ingredienti di origine animale. Più semplice di così?!

beatrice
beatrice

Io qualche tempo fa avevo trovato questa risposta interessante wired.it anche se non la condivido al 100% secondo me merita la lettura. Comunque tono dell'articolo e intenzioni (tutte e due fastidiosi) a parte e tolto il fatto che secondo lui per un vegano sono essenziali alcuni cibi solo perché lo ha letto su un ricettario. E tolto il fatto che non considera che la gran parte della soia sia coltivata come cibo per gli allevamentili e non per il latte di soia. Tolto tutto questo inquinamento le riflessioni sul fatto che essere vegani non sia sufficiente (ma per me indispensabile) per non contribuire alle logiche di oppressione sono interessanti.. Ed è per questo che io compro quinoa solo italiana e tipo 1 kg l'anno (se la trovo altrimenti niente) , compro avocado solo italiani quando li portano al mercato agricolo e tipo 1 alla settimana per tipo due mesi nel periodo in cui ci sono (che poi essendo fragili si rovinano e quindi quest'anno magari ci togliamo lo sfizio due o tre volte e basta. Non compro anacardi e la crema di mandorle che uso la prendo al mercato agricolo fatta da mandorle italiane . Avrebbe potuto parlare del casino che fanno le banane ma quelle le mangiano tutti (io non le compro) e quindi non faceva ridere come presa in giro dei vegani, oppure la passata di pomodoro densa di sfruttamento del caporalato (per questo ordino quella di fanky tomato) ma anche questa non sarebbe andata bene per la presa in giro dei vegani perché la passata di pomodoro la usano tutti gli italiani. Poi da vegana invece posso dire che alcuni vegani pensano di aver già fatto tutto il possibile con questa scelta e non prendono in considerazione altri aspetti, ma almeno qualcosa stanno facendo 🙂 "l'errore più grande è non fare niente perché si può fare poco"

gretagolia_granitas
gretagolia_granitas

Beatrice ha già detto tutto, aggiungo che a me ha dato molto fastidio. Mi ha innervosito il tono sarcastico, ironico e cinico. Non mi piace la lente di ingrandimento focalizzata su un punto di vista che diventa miope e strumentale. Lo trovo sminuente e quasi giustificante nei confronti degli onnivori. Mi sembra un po' quel tono che visto che fa tutto schifo tanto vale rimanere come siamo. C'ho messo tanto a leggerlo, ero prevenuta e ora che l'ho letto confermo che quello che c'è dentro non mi piace. E adoro la frase di Beatrice nel commento sotto e la ripeto: "l'errore più grande è non fare niente perché si può fare poco".

gretagolia_granitas
gretagolia_granitas

Incollo l'articolo di Wired di Massimo Sandal - di cui ha parlato Beatrice nel commento precedente.

In difesa della scelta (etica) di un vegano Decidere di non mangiare carne e prodotti derivati dagli animali ha un senso da un punto di vista etico? E davvero ha un impatto ecologico maggiore rispetto a una dieta carnivora? Facciamo un punto

Sui social media italiani si combatte da anni contro una pericolosissima categoria: i vegani. A me, che pure sono del tutto onnivoro, e ho anzi una discreta dipendenza da cibi animali, lascia sempre più perplesso constatare che persone in gran parte innocue – se non fosse per la terribile abitudine di evitare prodotti animali – sono diventate oggetto di derisione collettiva. Pagine come Vegano stammi lontano vantano più di centomila mi piace su Facebook. Per molti vegano è diventato sinonimo di mattacchione fuori dal mondo, assimilabile ai vari complottisti e seguaci di religioni new age, che cerca di imporre al prossimo una scelta alimentare modaiola con l’arroganza di una pretesa superiorità morale.

C’è quindi un filone di argomentazioni e articoli che si sforza disperatamente di dimostrare che no, la presunta superiorità etica dei vegani deve essere falsa, che dietro il loro apparente rigore si nasconde disinformazione e ipocrisia. Uno degli ultimi è apparso recentemente in Itaia su The Vision, e argomenta con dovizia di dati che molte coltivazioni reperibili nei ricettari vegani – quinoa, avocado, soia, mandorle, anacardi – sono tutt’altro che etiche. Coinvolgono condizioni terrificanti di lavoratori nei paesi in via di sviluppo, consumano enormi quantità di acqua e in generale creano seri problemi ecologici e di sfruttamento. Quindi la dieta vegan, come qualsiasi altra dieta, sarebbe forzatamente non etica: nel momento in cui mangiamo causiamo sofferenza, ad animali e a esseri umani.

Scacco matto.

Di per sé è verissimo: non esiste una vera alimentazione cruelty-free. È però bizzarro scegliere consapevolmente solo qualche pianta, gran parte delle quali non sono per niente specifiche o particolarmente comuni in una dieta vegana anche se si trovano in un libro di ricette vegane (per dire, si potrebbe argomentare che gli avocado vanno fortissimo nelle ricette carnivore, volendo usare la stessa tattica retorica). Spoiler alert: praticamente tutte le coltivazioni intensive rischiano di soffrire di problemi etici. Senza scomodare paesi esotici, l’articolo avrebbe potuto ricordare semplicemente i raccoglitori di pomodori schiavizzati nel sud Italia. Però i pomodori non sono un cibo buffo da ricettario dei veggie bar da modella di Instagram, sono il condimento-base di pizza e pasta di generazioni di carnivori italiani. Lo stesso vale per il cacao, o per le banane.

E quindi? Non ci sono dubbi che la crescita nell’utilizzo e l’aumento di coltivazioni di avocado, mandorle e compagnia porti a problemi etici ed ecologici, non foss’altro perché hanno bisogno di acqua e terreno e perché il sistema economico e politico in vigore nel mondo fa sì che se la gente vuole gli avocado (o le banane, o i pomodori) a basso prezzo, non ci si fanno troppi scrupoli. Ma non c’è alcun motivo di pensare, con l’eccezione forse della quinoa, che i vegani – i quali, con i vegetariani, rappresentano una minoranza risicata della popolazione occidentale – siano responsabili di tale esplosione della domanda. Né è necessario che tali colture siano per forza correlate a sfruttamento: è il sistema economico e agricolo mondiale il colpevole, non una dieta rispetto a un’altra.

Per esempio, il grosso della soia (circa il 75%) è usato proprio per gli allevamenti animali, e l’aumento della coltivazione di soia secondo il Wwf va di pari passo con l’aumento demografico e il consumo di carne nei paesi in via di sviluppo. I consumatori di tofu (la stragrande maggioranza dei quali sono onnivori dell’Estremo oriente, non vegani occidentali) non sono neanche presi in considerazione. La domanda di avocado sembra più correlata a una generica percezione del frutto come salutare, e per esempio sembra galoppare nella classe media in Cina: in tutto questo i vegani hanno poco a che fare. Accusare i vegani di essere responsabili di tali storture sembra quantomeno ingeneroso.

Il punto, si dirà, non è che siano particolarmente colpevoli, quanto che alla fin fine lo siamo tutti. Ma lo siamo tutti allo stesso modo? Se bastasse una singola colpa per portarci tutti all’inferno, sarebbe inutile compiere scelte morali: rubare una lattina all’autogrill e guidare una cosca mafiosa diventerebbero equivalenti. Ha sempre senso chiedersi se stiamo prendendo o meno una scelta più etica di altre, sia pure mai immacolata.

Val la pena quindi comprendere le radici etiche del veganismo. Buona parte dei vegani tende a condividere una filosofia in qualche modo antispecista. Antispecista, attenzione, non significa considerare eticamente tutte le specie viventi allo stesso livello a priori. Un batterio è diverso da una mosca che è diverso da un cavallo, e tutti questi sono diversi da un essere umano: ma per gli antispecisti contano le loro differenze fisiologiche nella capacità di soffrire e di averne consapevolezza, non il fatto di appartenere o meno alla arbitraria categoria Homo sapiens. Per cui un animale con un sistema nervoso sviluppato, come un maiale o una mucca, capace di sofferenza e probabilmente di una basilare forma di autocoscienza, avrebbe diritto come noi di non soffrire per il nostro piacere.

I vegan (o almeno i vegan ragionevoli: ma di irragionevoli ce ne sono in ogni categoria umana) non millantano che il loro cibo sia etico in assoluto. Semmai, essendo quasi sempre antispecisti ritengono una scelta etica il non nutrirsi di carne di animali, all’incirca per lo stesso motivo per noi cui non-vegani non ci nutriamo di carne di bambini o di impiegati del catasto: li riteniamo soggetti etici che non è ammissibile sventrare e divorare, a prescindere dal resto.

Possiamo pensare quel che vogliamo dell’antispecismo, ma mettiamoci nei loro panni. Se i vegani a volte sembrano mossi da fanatismo morale, è perché se per noi mangiare carne o latte è un atto quotidiano del tutto innocente, per il vegano è un gelido massacro e sopraffazione di esseri senzienti. D’accordo o meno che siamo con questa visione del mondo, in questo senso i vegani quindi si percepiscono, visti i loro presupposti etici, come meno colpevoli. Come tutti noi saranno costretti a perpetuare pratiche di sfruttamento per consumare il cibo che preferiscono (sia questa esotica quinoa o italianissima pasta al pomodoro), ma perlomeno cercano di ridurre l’uccisione o lo sfruttamento diretto di animali.

A questo punto si argomenta che in realtà l’alimentazione vegana non sarebbe particolarmente vantaggiosa per l’ambiente, e anzi, rischia di portare a conseguenze drammatiche se si diffondesse nella popolazione. Per esempio, viene citato uno studio del Wwf che afferma: “Un passaggio dal manzo e latte a prodotti analoghi altamente raffinati, come tofu o Quorn, potrebbero portare a un aumento della terra arabile necessaria per rifornire il Regno Unito”

Visto che spesso si indica la riduzione delle coltivazioni di mangimi, e quindi di terra arata a questo scopo, come uno dei vantaggi ecologici di una dieta basata esclusivamente su vegetali, sembrerebbe un brutto colpo per i vegani. Ma leggiamo il contesto di quell’affermazione:

“La nostra analisi indica che l’effetto di una riduzione nel consumo di prodotti di allevamento sull’utilizzo di terra arabile (che è un componente critico del suo legame alla deforestazione) dipende da come i consumatori compensino per un utilizzo più scarso di carne, uova e latticini. Un passaggio dal manzo e latte a prodotti analoghi altamente raffinati, come tofu o Quorn, potrebbero portare a un aumento della terra arabile necessaria per rifornire il Regno Unito. Al contrario, un ampio passaggio a prodotti vegetali tramite il semplice aumento del consumo di cereali e verdure è più sostenibile. Basandoci sulle rese nel Regno Unito, stimiamo che una riduzione del 50% del consumo di prodotti di allevamento rilascerebbe 1,6 milioni di ettari usati per la produzione di mangime, compensati da un aumento di 1 milione di ettari per l’aumentato consumo diretto di coltivazioni. Inoltre tra 5 e 10 milioni di ettari di prato verrebbero liberati per altri usi o per tornare alla natura”.

Insomma, essere vegani va benissimo, per l’ambiente: conta solo come si diventa vegani. È giustissimo far notare che certi sostituti della carne non siano necessariamente più ecologici della carne stessa, ma i vegani non sono costretti a nutrirsi di chili di sostituti artificiali e raffinati della carne. Dal punto di vista del cambiamento climatico, in generale è infatti assodato che la cosa migliore è ottenere proteine dai vegetali. E dal pesce: che però ha altri problemi di sostenibilità ecologica: “Il modo più efficiente di consumare proteine è una miscela di cereali, legumi e pesce catturato con consumo efficiente di carburante. Sfortunatamente le riserve di pesce sono gravemente minacciate, con molte riserve che sono sovrasfruttate o completamente sfruttate, lasciando i consumatori con una coscienza ambientale a opzioni principalmente vegetariane”.

In generale, l’impatto ambientale di una dieta contenente carne è quasi sempre peggiore di quello di una dieta che non ne consuma: “I risultati mostrano che, per la produzione combinata di 11 categorie di cibi il cui consumo varia tra vegetariani e non vegetariani, i non vegetariani richiedono 2,9 volte più acqua, 2,5 volte più energia, 13 volte più fertilizzante e 1,4 volte più pesticidi. La principale differenza viene dal consumo di manzo nella dieta”.

Ed è di quest’estate uno studio italiano che analizza l’impatto separato di diete carnee, vegetariane e vegane, riferendosi al consumo reale degli aderenti ai tre regimi. Le diete vegetariane e vegane sono più sostenibili, circa allo stesso modo, rispetto a quelle contenenti carne. Anche se c’è una sorpresa interessante: “La scelta onnivora genera impronte ecologiche, di emissioni di carbonio e di consumo di acqua peggori di altre diete. Non sono state trovate differenze tra l’impatto ambientale degli ovo-latto-vegetariani e dei vegani […]. Una alta variabilità individuale è stata osservata […] mostrando che alcuni vegetariani e vegani hanno un impatto ambientale maggiore di quello di alcuni onnivori. Quindi, a prescindere dai benefici ambientali di una dieta basata su piante, c’è bisogno di riflettere in termini di abitudini alimentari individuali”.

Quindi sì, volendo è possibile avere una dieta vegana e trovarsi ad avere un impatto ecologico peggiore di un onnivoro. Di più, in generale vegani e vegetariani hanno un impatto analogo, e ci sono sospetti che forse una dieta rigorosamente vegana possa sfruttare le terre arabili in modo non ottimale. Tutti, per nutrirsi in modo ecologico, dovrebbero pensare individualmente a ciascuna scelta sul cibo. Ma questo non assolve i carnivori, che sono statisticamente i peggiori. E non cambia il dilemma specismo/antispecismo, che pone un ulteriore aspetto etico alla questione – e che è quello che spesso ai vegani interessa di più.

La scienza quindi ci dice che i vegani forse non hanno diritto di sentirsi sempre ecologicamente e socialmente del tutto superiori a tutti gli altri, ma statisticamente parlando sono tra i segmenti del pubblico con una delle scelte migliori. Quantomeno i vegani provano ad avere una consapevolezza su quanto mangiano, forse a volte goffa ma in buona fede, cosa che molti consumatori di carne non fanno minimamente. Un atteggiamento quantomeno aperto potrebbe portare tutti (onnivori, vegetariani e vegani) a prendere scelte più razionali.

E allora perché il disprezzo che certi segmenti esternano verso i vegani – disprezzo che serpeggia in gran parte tra segmenti del pubblico che spesso si piccano di essere razionali? Il veganismo, e le sue radici etiche, sconcerta noi carnivori. Che reagiamo con un meccanismo psicologico noto come reattanza. In parole povere, non ci piace sentirci dire con supponenza che dobbiamo smettere di fare qualcosa, specie qualcosa che a noi suona del tutto naturale. E quindi reagiamo cercando di giustificarci e anzi, rafforziamo la nostra convinzione di essere nel giusto. È il motivo per cui per esempio blastare gli antivaccinisti tende a radicalizzarli, invece che convincerli del loro errore. Alcuni vegani certamente hanno credenze bizzarre in fatto di medicina o alimentazione, ma prendere in giro i vegani non ha una vera base scientifica o razionale. Nella corrente epoca di polarizzazione sembra più, a mio parere, un modo di segnalare al prossimo di stare da una certa parte, dove parte è una cornice ideologica la cui patina di razionalpositivismo non è che un totem intorno al quale raccogliersi.

Il cibo fa parte della nostra identità, e scatena reazioni apparentemente spropositate: si pensi a come reagiamo noi italiani quando vediamo violentata una nostra ricetta. Sarebbe forse più utile però ponderare vantaggi e svantaggi – etici, ecologici, sociali – delle scelte alimentari serenamente, senza reazioni riflesse. Si potrebbe riflettere assieme su come dovremmo rapportarci agli animali, e se abbia un senso etico consumarli e allevarli. Con soluzioni che possono esulare dalla divisione vegano/vegetariano/onnivoro. Ragionare sulla sofferenza potrebbe portarci a scoprire che un vegano, paradossalmente, potrebbe nutrirsi di proteine animali se questi animali hanno un sistema nervoso incapace di percepire il dolore in modo cosciente, come alcuni molluschi bivalvi – è quanto ha proposto Christopher Cox su Slate. È giusto discutere dell’etica delle nostre scelte alimentari senza steccati ideologici, basta farlo in modo intellettualmente onesto. Tofu o fiorentina, non importa.

irene70 - disiscritto
irene70 - disiscritto

Ciao, come giustamente concludi tu penso anch'io (NoN sono vegana) che la differenza venga fatta nelle piccole cose di ogni giorno: quindi (mi riferisco all'articolo) un vegano italiano potrebbe preferire le noci italiane agli anacardi, il vegetariano italiano un legume europeo alla quinoa, e uno che mangia carne potrebbe cercare di mangiare carne proveniente da allevamenti locali e soprattutto non intensivi, e avanti così con le piccole scelte alimentari e non (penso sia questo il difficile ma in fondo anche il facile). Sempre riguardo all'articolo sono d'accordo con la frase finale: per essere davvero a impatto zero nel mondo dovremmo digiunare (e andare in giro nudi, vivere nei boschi, al freddo ecc.) perché tutto ha sempre un risvolto impattante sulla natura e sui lavoratori, il vero problema è quando poi un prodotto diventa troppo ricercato e quindi diventa una miniera d'oro per chi non ha scrupoli (mi chiedo cosa succederebbe, per esempio, se tutti ma proprio tutti cominciassimo a vestirci solo di canapa). E riguardo alla non eticità di certe coltivazioni, purtroppo è vero, ma non sono certo solo quelle citate dall'autore a non essere "in regola": i pomodori coltivati nel sud Italia, per esempio, vengono fatti raccogliere con zero spirito e modalità etiche nella maggioranza dei casi, e così un sacco di altri prodotti (per vegani e non) in tutto il mondo. Quindi, secondo me, di per sé la "vera" scelta vegana, quella fatta solo per non far soffrire gli animali (non certo quella dettata dalle mode del momento) rimane buona nell'intento (etica è parola forse troppo grossa in effetti , oltre che inflazionata, tanto quanto bio, green, naturale e altre parole eco(nomico)logiste, diventate solo pane per nuovi spot pubblicitari); non penso che i vegani contribuiscano alle ingiustizie mondiali più di un normale consumatore di carne, ma neppure che da soli possano salvare il mondo, ma tutti appunto (e ritorno alla tua conclusione) dovremmo sempre informarci per fare delle scelte che risultino meno dannose per uomini, animali e ambiente.

don_chisciotte
don_chisciotte

Il tuo ragionamento non fa una piega. "La differenza si fa nelle piccole cose di ogni giorno". Questa è la semplice (ma a volte difficile) strada per il cambiamento.

LaChimicaVerde
LaChimicaVerde

Hai afferrato in pieno il mio pensiero... Grazie! Io ritengo che il minore impatto possibile si ottenga solo con l'equilibrio e la moderazione, in tutto, senza estremismi in nessuna direzione. Sentirsi dalla parte giusta perché si è compiuta una scelta totale come quella vegana può essere pericoloso, perché ci allontana dalla reale percezione della nostra impronta ecologica e ci fa abbassare la guardia sulle piccole scelte singole, che alla fine dei conti sono quelle che davvero fanno la differenza.

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