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francescomarchetto francescomarchetto 09 agosto 2015 — Da qualche tempo sono divenuto sempre più consapevole che il nostro modello di "sviluppo" non è più sostenibile e che bisogna uscirne; già ma come? A destra ed a sinistra si sente sempre la solita tiritera che bisogna far ripartire l'occupazione per far ripartire i consumi, ma siamo proprio convinti che le cose debbano andare così? Il problema in effetti non è tanto la mancanza di lavoro, ma la mancanza di stipendio! Mi spiego meglio: se la ricchezza mondiale aumenta di anno in anno, se lo sfruttamento della Terra è sempre maggiore, com'è che siamo tutti più poveri? Semplice, perchè il nostro sistema porta all'accumulo fine a se stesso e quindi alla polarizzazione degli estremi. Siamo sempre più un cancro per il pianeta perchè solo un cancro cresce a ritmi sempre più veloci distruggendo la propria casa. Quello che noi dobbiamo avere il coraggio di fare è distinguere crescita da sviluppo e creare finalmente una società del ben-essere e non del ben-avere! Molti studi dimostrano che una società più povera ma con meno disuguaglianze è una società più sana e felice!

Non mi dilungo oltre, se qualcuno vuole approfondire l'argomento gli consiglio i libri di Serge Latouche. Noi praticamente possiamo cominciare ritagliandoci degli spazi fisici e mentali al di fuori del mondo consumistico, mettere in atto comportamenti etici ed ecologici, ma, soprattutto, liberarci dalla schiavitù mentale di pensare che l'unico modo di essere felici e di realizzarsi stia nel consumare sempre di più. La storia dimostra il contrario.

Buona decrescita a tutti.

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Posto qui una frase che mi ha colpito, e mi ha fatto riflettere molto, di Tiziano Terzani, tratta dal suo libro "Un indovino mi disse".‎

Parlando di una sua esperienza in Birmania a contatto con missionari, suore e frati italiani arrivati nel paese negli anni tra il 1920 e il 1930 e mai rientrati in Italia, descrive queste persone come delle "immagini commoventi di un'umanita' che pareva uscita da una cassaforte del tempo‎. Bei personaggi, gente con tenacia che oggi pochi sembrano avere, distratti come si è da mille impegni e, in fondo, non impegnati più in nulla. Questi erano personaggi con una sola idea, ma quella era ferma, sicura. Era anche gente con poche scelte e forse per questo più dura e in fondo più felice".

In effetti ha ragione....generalmente siamo distratti da mille impegni‎ e, in fondo, non impegnati più in nulla...

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Ora ragionate su questa semplice equivalenza:‎

Giorno feriale = inquinamento ‎

Giornata festiva = giornata con meno inquinamento in generale.

Cio' significa che il lavoro in generale (vale per la maggior parte dei lavori) e la produzione portano inquinamento.

Quando invece non lavoriamo (i giorni festivi) l'inquinamento si riduce. Non si produce, le fabbriche sono chiuse, i camion non circolano, così come circolano meno autovetture perché non bisogna recarsi al lavoro.

Ora il dilemma e': e' meglio lavorare sempre e tanto, guadagnare tanti soldi e vivere in un mondo inquinato oppure lavorare poco o comunque meno, guadagnare il minimo indispensabile per vivere e godere di un'aria sana e respirabile per il minore inquinamento?

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Molti economisti insistono nel dire che la crescita economica illimitata e indifferenziata e' giusta e necessaria. Questa convinzione e' da imputare in parte alla confusione tra crescita e sviluppo. Come evidenzia l'economista Herman Daly, "la crescita e' l'incremento quantitativo per assimilazione e accumulo di materiali", mentre "sviluppo e' miglioramento qualitativo, realizzazione di potenzialità". La nostra economia ha bisogno di svilupparsi in senso qualitativo, senza per questo dover crescere quantitativamente. "Il pianeta Terra", afferma Daly,"si sviluppa nel tempo senza crescere". Poiché l'economia e' un sottosistema di un ecosistema finito e non crescente, diventa necessario che il comportamento dell'economia si approssimi sempre più a quello dell'ecosistema". Tra i principali problemi legati all'economia della crescita c'e' la modalità con cui essa è calcolata. Il prodotto interno lordo (PIL), il criterio principale per misurare la crescita economica, e' un indicatore alquanto fallace. Fondamentalmente, il PIL rappresenta il valore complessivo dei beni e dei servizi prodotti e comprende tutte le attività economiche in cui è previsto l'uso di denaro. Dunque una costosa bonifica disinquinante, la fabbricazione di una bomba nucleare o i lavori per abbattere una foresta vergine sono ugualmente conteggiati nel PIL e interpretati come benefici economici. Paradossalmente, altre attività economiche che non prevedono l'uso del denaro come l'agricoltura di sussistenza (la produzione di cibo per uso familiare e della comunità), il volontariato o l'educazione dei figli non sono invece conteggiate. Guidare un'auto per un chilometro contribuisce al PIL molto più che percorrere la stessa distanza a piedi o in bicicletta, anche se queste due ultime modalità non generano costi ambientali. In sostanza, il PIL‎ valuta positivamente attività che distruggono la vita, mentre tante altre che la promuovono rimangono invisibili. Così si calcola il valore dell'ammortamento di capitale su edifici, fabbriche e macchinari, ma calcoli simili non si fanno per il depauperamento del "capitale naturale", ossia la riduzione della capacità portante della Terra. La "ricchezza" artificiale spesso si "produce" nascondendo i costi della devastazione della ricchezza reale del pianeta, che si tratti di foreste, di acqua, di aria o del terreno. Ad esempio, abbattere una foresta pluviale genera crescita, ma nessuno tiene conto dei costi della ricchezza perduta in termini di esseri viventi, aria, suolo e acqua prima alimentati da quell'ecosistema. A tal proposito, Korten afferma che il PIL non è altro che "una misura del ritmo in cui trasformiamo le risorse in rifiuti".  Nel suo film Who's Counting l'economista femminista Marilyn Waring evidenzia che, grazie‎ all'attivita' economica generata dalla perdita di petrolio della Exxon Valdez nel 1989 al largo della costa dell'Alaska, quella della petroliera e' diventata la traversata più "produttiva" di tutti i tempi dal punto di vista della crescita. Nel PIL sono stati calcolati come crescita la bonifica ambientale, i rimborsi assicurativi e persino le donazioni alle organizzazioni ambientaliste. Nulla invece sul versante del debito: i costi in termini di uccelli, pesci e mammiferi marini morti, e la devastazione della bellezza originaria, non sono stati affatto conteggiati. Sia dal punto di vista etico sia da quello pragmatico, quindi, usare il PIL come parametro per misurare il progresso economico e' alquanto discutibile. Il genere di crescita economica indifferenziata che il PIL calcola non è necessariamente positivo, anzi spesso può essere nocivo. (Il Tao della Liberazione - Leonardo Boff, Mark Hathaway) ‎

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L’eclatante menzogna della crescita come panacea di tutti i mali della società.

Con questo breve saggio intendo smentire con la forza della ragione quei millantatori che presentano la tesi del “creare più lavoro facendo crescere l’economia” come se fosse una panacea per tutti i mali della società.

La crescita del PIL, e il relativo aumento dei consumi, forse risolveranno temporaneamente la crisi occupazionale, ma di certo incrementeranno anche l’impatto ambientale e condanneranno gli esseri umani ad un lavoro totalizzante.

E tutto ciò dovrebbe accadere in un mondo con un ecosistema già fortemente compromesso, dove i lavoratori devono sacrificare 8 ore al giorno della propria unica esistenza per il lavoro, bene che vada, a prescindere dalla propria volontà.

Ma che senso ha far crescere l’economia se poi questa crescita non si traduce in un maggior tempo libero, in un minor inquinamento ambientale o in un qualche incremento di felicità per l’umanità?

Inseguiamo ciecamente la crescita economica, ma ci siamo mai fermati un istante a domandarci se questo processo sia sostenibile?

La risposta non può che essere sì, nel breve termine, e no, nel lungo termine. Viviamo in un mondo finito ed è fisicamente impossibile che la crescita dell’economia possa continuare in modo indefinito.

I principali indicatori ambientali, uno su tutti l’Ecological Footprint, ci dicono chiaramente che abbiamo superato di gran lunga i limiti che sanciscono la sostenibilità.

Assistiamo quotidianamente ai primi segnali di un collasso dell’ecosistema che però, al motto di “più crescita per tutti”, stiamo follemente ignorando.

Pensiamo di essere delle divinità onnipotenti che operano in uno spazio infinito, ma in realtà siamo simili a dei batteri insignificanti intrappolati in una capsula di Petri intenti a consumare il nutrimento di cui disponiamo più velocemente di quanto quest’ultimo riesca a rigenerarsi.

Potremmo continuare a fingere che non esistano limiti dovuti alla finitezza del pianeta sul quale viviamo, ma prima o poi pagheremo a caro prezzo le conseguenze delle nostre illusioni.

Che cosa dovrebbe fare un’economia sana che agisce in un mondo finito?

Inizialmente dovrebbe crescere, per poi tendere asintoticamente verso il limite imposto dalla finitezza del pianeta, esattamente quel limite che sancisce la sostenibilità.

A quel punto si potrebbe agire sull’efficienza, ad esempio concentrandosi sull’incremento della qualità e non della quantità.

Ma si dà il caso che noi abbiamo già superato tale limite, quindi un qualche tipo di decrescita economica è inevitabile.

Sta a noi scegliere se continuare a correre sempre più veloci per scontrarci contro un muro o rallentare per deviare dalla rotta di collisione, salvando l’umanità da un tremendo impatto.

Non tutte le strategie per decrescere sono uguali: si può decrescere in modo stupido provocando gravi ripercussioni sociali, o lo si può fare con intelligenza migliorando le condizioni di vita di tutti gli esseri viventi.

La decrescita infatti non è necessariamente una cosa negativa, come politici ed economisti al servizio del capitale intendono farci credere.

O meglio, non è un male per gli esseri umani in generale, ma lo è senza alcuna ombra di dubbio per tutti coloro che intendono realizzare profitti. Cerchiamo di capire perché.

Che cosa accadrebbe all’economia se non ci fossero più guerre, se gli oggetti durassero a lungo e gli esseri umani smettessero di fumare e non si ammalassero più di cancro?

Miliardi e miliardi di dollari di profitto svanirebbero, il PIL collasserebbe e di certo l’economia crollerebbe sotto il peso delle sue contraddizioni. Un’eclatante crisi occupazione causerebbe ancor più eclatanti problemi sociali.

Ma eliminare le guerre, diminuire le malattie e produrre oggetti durevoli, riducendo anche l’inquinamento ambientale, sarebbe un male o un bene per gli esseri umani?

Bisogna intenderci sui fini delle nostre azioni: vogliamo continuare a far crescere l’economia per salvarla dalle sue contraddizioni, o vogliamo salvare l’umanità dalle contraddizioni dell’odierna economia?

La drastica diminuzione del PIL lascerebbe gran parte delle persone disoccupate… vediamo quindi come si potrebbe risolvere la crisi occupazione senza alcuna necessità di far cresce l’economia.

Il lettore imbevuto dell’ideologia crescitista probabilmente resterà sconcertato scoprendo che esistono almeno tre soluzioni praticabili.

Numero uno: si può ridurre l’orario di lavoro, in modo tale che tutti tornino a lavorare, così come sostenuto in quel famoso motto che andava tanto di moda negli anni ’70.

Numero due: si può istituire un reddito d’esistenza, universale ed incondizionato, in modo tale che tutti abbiano la certezza di poter vivere in modo più che dignitoso, anche senza lavorare.

Numero tre: si possono togliere i mezzi di produzione dalle grinfie dei capitalisti, iniziando ad impiegarli per produrre beni e servizi necessari e di elevata qualità in modo quanto più possibile automatizzato, al fine di distribuirli a tutti, senza pretendere alcun prezzo, guardando alle vere esigenze dei membri della società e non al profitto.

Cerchiamo di analizzare brevemente pregi e difetti di queste soluzioni così “alternative” rispetto al pensiero dominante.

La proposta di ridurre l’orario è senz’altro attuabile ed ha il grande merito di diminuire il tempo dedicato al lavoro che oggi è paradossalmente totalizzante.

Perché dico “paradossalmente”? Perché ciò accade nell’epoca in cui la tecnologia può sostituire grandemente l’uomo nel lavoro, in modo decisamente efficiente e soprattutto automatizzato.

Se le automazioni ed i sistemi informatici possono lavorare al posto degli esseri umani, per quale assurdo motivo continuiamo a lavorare al posto loro?

Ad ogni essere umano dotato di un quoziente d’intelligenza di poco superiore a quello di uno scimpanzé, sembrerebbe ragionevole sfruttare questa grande opportunità… e invece no!

Solo per fare un esempio tra i più eclatanti: nei supermercati non ci sono casse automatiche ma commesse che sprecano la loro vita davanti a calcolatrici semi-automatiche.

In generale, c’è una forte inerzia che c’impedisce di sostituire i lavoratori umani con delle automazioni, perché altrimenti diminuirebbe l’occupazione.

Ma ancora più paradossale, è che il sistema riesca a convincere i lavoratori di dover essere addirittura grati per l’“opportunità” che gli viene concessa, vale a dire l’opportunità di essere schiavi di un lavoro inutile che non è più necessario, perché potrebbe essere svolto da qualche apparato tecnologico.

Simili dinamiche, a mio avviso, rappresentano una follia sociale e devono assolutamente essere eliminate.

Se una macchina è in grado di svolgere un lavoro al posto degli esseri umani, quella macchina deve svolgere quel lavoro.

È compito del sistema economico fare in modo che l’automatizzazione del lavoro rappresenti una dinamica auspicabile, e che quindi possa avvenire senza generare alcun problema sociale.

Diminuendo l’orario di lavoro, si potrebbe ripristinare la piena occupazione a prescindere dal quantitativo di lavoro sottratto all’umanità dalle automazioni; e così si potrebbero arginare le criticità dovute al fenomeno noto come “disoccupazione tecnologica”.

La diminuzione d’orario, però, implicherebbe anche una diminuzione dello stipendio, che, almeno in prima battuta, potrebbe essere facilmente eliminata integrando i salari.

Come? Redistribuendo la ricchezza esistente.

E non mi si venga a dire che “non si può fare”, perché in un mondo dove l’1% della popolazione ha accumulato una ricchezza complessiva pari a quella del restante 99% (fonte Oxfam 2016), redistribuire la ricchezza non solo è possibile ma è doveroso.

Possiamo ora prendere in considerazione la soluzione numero due.

Il reddito d’esistenza, universale ed incondizionato, ha il grande pregio di eliminare l’obbligo del lavoro, pur garantendo a tutti di vivere. Il che, a mio avviso, rappresenta un enorme progresso dal punto di vista sociale.

Tutti gli individui dovrebbero avere la certezza di poter vivere dignitosamente solo ed esclusivamente per il fatto di essere umani, ed il lavoro non dovrebbe essere una costrizione, come invece accade oggi per i più, ma una libera, matura e volontaria espressione dell’essere di ogni individuo.

Con il reddito d’esistenza entrambi gli obiettivi sarebbero immediatamente raggiunti.

Nel futuro le macchine prenderanno sempre di più il posto degli uomini nel mondo del lavoro e ad un certo punto si dovrà accettare l’idea di svincolare il reddito ricevuto dal lavoro effettuato.

Un simile passo, prima o poi, dovrà essere attuato, perché entro qualche decennio il costo delle automazioni scenderà notevolmente, e il lavoro umano potrebbe diminuire a tal punto da non essere più necessario (o quasi).

La concessione di un reddito d’esistenza consentirebbe di eliminare ogni sorta di criticità dovuta all’eccessiva povertà, come ad esempio fame, furti, impossibilità di accedere alle cure mediche e così via; inoltre, i processi produttivi potrebbero essere automatizzati, senza più alcun problema dovuto alla creazione di disoccupazione.

Si può davvero dare un reddito a tutti senza nessun obbligo di lavorare?

Certo che si può fare, o meglio, si sarebbe potuto fare agevolmente se i “lungimiranti” politici non avessero ceduto la sovranità monetaria a banche centrali private ed indipendenti (come nel caso della BCE).

Così come gestito oggi, il denaro è il più grande mezzo di dominio dell’umanità. Ma se il popolo riuscisse a impadronirsi della gestione della moneta, potrebbe compiere un primo grande passo verso la libertà, eliminando debiti immaginari e concedendo un reddito d’esistenza degno di questo nome a tutti gli esseri umani.

Il secondo e assai più importante passo da compiere consiste nel liberare il pensiero dalle logiche del profitto, ponendo al primo posto tra i nostri fini il raggiungimento del benessere di tutti gli esseri viventi.

A quel punto si potrebbe perfino pensare di pianificare l’economia avvalendoci di una rete di calcolatori ed eliminando l’uso del denaro. Arriviamo così alla terza soluzione.

Ci sono beni che non devono avere un prezzo come l’aria o l’acqua, ad esempio, e perché no, anche del buon cibo, un’istruzione elevata, trasporti, cure mediche, un’abitazione e qualche capo di vestiario di qualità.

Alla luce dell’odierna conoscenza scientifico-tecnologica, che cosa c’impedisce di fornire gratuitamente a tutti gli esseri umani un insieme essenziale di beni e servizi, se non una mera questione di volontà?

Di certo non mancano i mezzi e le risorse per farlo, è solo che il nostro agire non guarda a quel fine, così come non guarda all’efficienza, ma pensa solo al profitto.

Ormai siamo abituati all’idea che i mezzi di produzione debbano essere di proprietà privata, e che i loro possessori abbiano il diritto di impiegarli a proprio vantaggio, inseguendo il profitto e sfruttando in modo indiscriminato risorse e altri esseri umani.

Ma se ci fermassimo a riflettere, scopriremmo immediatamente che non c’è niente di più sbagliato di una simile organizzazione sociale.

In nome della proprietà privata e della competizione finalizzati al profitto personale, abbiamo costruito la più distopica delle società, nella quale non ci si preoccupa degli altri ma si pensa a come sottometterli per sfruttali; non si guarda alla sostenibilità ambientale ma a quanto utile in più si può ricavare consumando il petrolio piuttosto che l’energia derivante dalle fonti rinnovabili; la malattia non è un male da eliminare ma una condizione profittevole da ricercare… e così via di assurdità in assurdità.

Le risorse dovrebbero essere comuni, così come i mezzi necessari per trasformarle, ed il fine non dovrebbe essere il profitto ma l’interesse generale.

L’economia non dovrebbe basarsi sul libero mercato ma dovrebbe essere scientificamente pianificata al fine di soddisfare i veri bisogni di tutti gli esseri viventi, con la massima efficienza ed in modo sostenibile.

Non dovrebbero esistere fabbriche dei capitalisti e lavoratori che mendicano il lavoro per sopravvivere, ma fabbriche dell’umanità nelle quali lavorano dei robot che producono ciò che serve agli esseri umani per vivere in libertà.

Capisco che tutto ciò richieda un’evoluzione della coscienza che è ancora di là da venire, ma non per questo una simile soluzione si può escludere dal dominio delle umane possibilità.

Un eclatante punto di criticità risiede nell’attuale paradigma economico capitalistico che deve essere superato.

Ma se vogliamo seriamente risolvere le problematiche non possiamo soltanto limitarci a cambiare l’economia, dobbiamo elevare anche il nostro livello di pensiero, con una nuova concezione socio-economico-culturale.

La diminuzione d’orario a stipendio invariato e/o la concessione di un reddito d’esistenza, sono dei passi necessari per risolvere le odierne problematiche che devono assolutamente essere attuati.

Ma purtroppo funzioneranno solo nel breve termine; nel lungo termine infatti perderanno la loro efficacia, perché non intervengono alla radice dei problemi, eliminando le vere cause delle criticità.

Il loro limite consiste nel restituire ossigeno al sistema capitalistico, mantenendo in essere le sue logiche.

Ad esempio, l’idea di produrre per realizzare profitto resterebbe in essere, con tutte le distorsioni che ne derivano, come un iper-consumo inutile e dannoso.

L’umanità sarebbe un po’ più libera dal lavoro, ma ci sarebbe comunque sfruttamento da parte dell’uomo sull’uomo. E ci sarebbe ancora divario sociale, pur essendo attenuato in qualche misura.

Con la nuova disponibilità di reddito, e la spinta dovuta all’inseguimento del profitto, i consumi tornerebbero a crescere, e con essi l’impatto ambientale.

È chiaro quindi che come minimo si debba ripensare l’approccio alla produzione (e al consumo), svincolandolo dall’idea del profitto e orientandolo all’efficienza e all’utilità.

Ma il sistema capitalistico basato sulla moneta debito non può fare a meno di crescere, perché se non cresce è intrinsecamente condannato a fallire.

Quindi, se s’intende spezzare questo circolo vizioso basato sulla ricerca della crescita per la crescita, è altresì necessario ripensare i fondamenti dell’economia.

I problemi dell’odierna società non possono essere risolti continuando a preservare le logiche del sistema capitalistico, perché da esse sono generate.

Dobbiamo comprendere che il problema non consiste nel lavoro che non c’è, o in quello che mancherà a causa del crescente impiego della tecnologia, ma nella più totale incapacità dell’attuale sistema economico di impiegare le automazioni e i sistemi informatici basati sull’intelligenza artificiale a vantaggio di tutti.

Non si tratta di creare più lavoro in modo da ottenere la piena occupazione, ma di diminuire il lavoro umano delegandolo alle automazioni, per quanto possibile, facendo in modo che gli esseri umani possano comunque usufruire dei beni e dei servizi realizzati e forniti dal sistema.

Non è una questione di far crescere l’economia ma d’iniziare a guardare all’efficienza per assicurare la sostenibilità.

Non ci servono più beni di scarsa qualità per realizzare un maggior numero di vendite, ma meno beni di alta qualità costruiti per durare a lungo, in quantità tali per fare in modo che tutti possano disporne.

Non dobbiamo aumentare i profitti, ma la libertà, l’uguaglianza e la felicità.

Se daremo ancora una volta ascolto agli ideologi della crescita, alimenteremo le disgrazie dei molti per il vantaggio dei pochi.

Mediante un iper-lavoro ed un iper-consumo inutili condanneremo i lavoratori ad una vita da schiavi e comprometteremo ulteriormente l’ecosistema del pianeta sul quale viviamo. L’unica cosa che dovrebbe crescere non è l’economia, ma la nostra umanità.

Mirco Mariucci

utopiarazionale.blogspot.it

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"C'e' qualcosa di profondamente sbagliato nel considerare la Terra come se fosse in liquidazione" (citato in Al Gore, La Terra in bilico). E' esattamente ciò che facciamo nel mome‎nto in cui distruggiamo il capitale reale del pianeta - la sua capacità di sostenere la vita - per accumulare un capitale artificiale, astratto, morto, sotto forma di denaro (che non ha un valore intrinseco reale). In questo modo prendiamo qualcosa in prestito dal benessere futuro di tutti gli esseri viventi per produrre un guadagno immediato per una piccola porzione dell'umanita'. Si tratta di una forma molto pericolosa di finanziamento in disavanzo. [...] Per poterci affrancare dall'economia tradizionale della crescita quantitativa misurata dal PIL dobbiamo adottare un approccio qualitativo. I concetti tradizionali di profitto, efficienza e produttività vanno messi in discussione e riformulati. Abbiamo bisogno della crescita? Certamente. Abbiamo bisogno di crescere in conoscenza e saggezza, nell'accesso ai servizi primari per tutti, in dignità umana. Dobbiamo inoltre promuovere la bellezza, preservare la biodiversità e prenderci cura della salute degli ecosistemi. Non abbiamo invece bisogno che crescano i consumi superflui. Ne' abbiamo bisogno di una crescita cancerogena che distrugge la vita solo per accumulare un capitale morto a beneficio di una piccola fetta dell'umanita'. (tratto da "Il Tao della Liberazione" di Leonardo Boff e Mark Hathaway).

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Secondo me, e come già ho avuto modo di dire in altri commenti di questa Buona Pratica, un concetto base per il percorso della decrescita felice e' affrontare questa "avventura" non come una transizione verso una società sostenibile in termini di limiti e costrizioni ma è necessario vivere la decrescita come una vera e propria LIBERAZIONE. Liberazione dagli obblighi/imposizioni/status della cultura dominante della nostra società che generano solamente immagine (apparenza) ma non contenuti e sostanza, sacrifici (economici) ma non vere soddisfazioni, produzione e consumi superflui‎ e quindi inquinamento. ‎Mentre il termine "decrescita" può rappresentare, nell'immaginario collettivo, un concetto negativo, di sofferenza, di regresso (e quindi il termine "decrescita felice" sarebbe un ossimoro dato che la decrescita verrebbe associata più all'infelicita' e difficilmente alla felicità ) questo non si può dire in alcun modo del concetto di liberazione (che incarna al suo interno ‎anche quello di felicità). La decrescita felice deve essere quindi un percorso di liberazione verso uno stile di vita felice ma più "leggero", dove il concetto di superfluo, relativamente ai beni di consumo, viene bandito e quindi non è contemplato. Concentriamoci su questa idea di liberazione perché penso ci sarà di aiuto non solo per iniziare questo cammino, ma soprattutto durante il suo svolgimento, a causa degli ostacoli continui che ci troveremo di fronte, per fare sempre le scelte coerenti con il nostro pensiero.‎ ‎ ‎ ‎

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Posto su questa Buona Pratica questa esauriente spiegazione dell'Ecologia Profonda. Leggetela con calma, troverete degli spunti interessanti ed utili per modificare lo stile delle nostre vite. Inoltre la conclusione è molto ottimista e ci sprona a continuare nella nostra "missione ecologista". E' vero, siamo in minoranza, ma tutte le significative rivoluzioni della storia hanno avuto origini dalle minoranze.   " La storia è fatta di minoranze attive e determinate, non dalla maggioranza, che raramente ha una idea chiara e precisa di quello che realmente vuole".

COSA E' L'ECOLOGIA PROFONDA a cura di Mario Spinetti

“L’ecologia profonda è radicalmente tradizionale dal momento che collega una corrente antichissima di minoranze religiose e filosofiche dell’Europa occidentale, del Nordamerica e dell’Oriente e ha anche forti legami con molte posizioni filosofiche e religiose dei popoli nativi (compresi gli indiani d’America). In un certo senso essa può essere considerata come la saggezza che conserva il ricordo di ciò che gli uomini sapevano un tempo” (Devall & Sessions, 1989).

Il pensiero dell’ecologia profonda focalizza, più di ogni altro,il valore in sé della natura e il valore globale olistico di tutte le cose anche perché “l’imprecisione sulla ‘origine’ dell’ecologia profonda è poca cosa rispetto ai giudizi sommari, denigratori, ironici che si leggono assai spesso sulla stampa di largo consumo” (Salio, 1994). L’iniziatore esplicito di questa visione della realtà naturale e vitale è il filosofo norvegese Arne Naess che nel corso degli anni settanta tramite uno specifico e rivoluzionario articolo distinse categoricamente l’ecologia in superficiale (Shallow ecology) e in profonda (Deep ecology). L’ecologia profonda, come è implicito nella sua stessa definizione letterale, va ben oltre l’analisi superficiale e asettica dei problemi ambientali propria della scienza ecologica classica, manifestando, al contrario, solo una visione completa e totalizzante del mondo. “Si tratta dell’idea che non possiamo operare alcuna scissione ontologica netta nel campo dell’esistenza: che non c’è alcuna biforcazione nella realtà fra l’uomo e i regni non umani.... nel momento in cui percepiamo dei confini, la nostra consapevolezza ecologica profonda viene meno” (Fox, 1983 in Devall & Sessions, 1989). Tuttavia l’essenza dell’ecologia profonda è ben antecedente alle idee di Arne Naess in quanto già nelle epoche storiche remote (cultura indiana, animista, ecc.) si sono evidenziati atteggiamenti mentali e pratici unificatori dove ogni elemento aveva valore in sé ed era universale. “Sono una pietra, ho visto vivere e morire, ho provato felicità, pene ed affanni: vivo la vita della roccia. Sono parte della Madre Terra, sento il suo cuore battere sul mio, sento il suo dolore, la sua felicità: vivo la vita della roccia. Sono una parte del Grande Mistero, ho sentito il suo lutto, ho sentito la sua saggezza, ho visto le sue creature che mi sono sorelle: gli animali, gli uccelli, le acque e i venti sussuranti, gli alberi e tutto quanto è in terra e ogni cosa nell’universo” (Preghiera Hopi). “Mentre l’ecologia superficiale si può considerare prevalentemente ispirata a un’etica del valore strumentale, seppure intesa in chiave ‘riformista’ (conservazione e preservazione) e non di puro e semplice sfruttamento, l’ecologia profonda sostiene tesi del valore intrinseco degli oggetti naturali” (Salio, 1989). Ottima anche la definizione del termine fatta da Capra (1997): “L’ecologia superficiale è antropocentrica, cioè incentrata sull’uomo. Essa considera gli esseri umani al di sopra o al di fuori della Natura, come fonte di tutti i valori, e assegna alla Natura soltanto un valore strumentale, o di ‘utilizzo’. L’ecologia profonda non separa gli esseri umani - né ogni altra cosa - dall’ambiente naturale. Essa non vede il mondo come una serie di oggetti separati, ma come una rete di fenomeni che sono fondamentalmente interconnessi e interdipendenti. L’ecologia profonda riconosce il valore intrinseco di tutti gli esseri viventi e considera gli esseri umani semplicemente come un filo particolare nella trama della vita”. Naess dichiara che “l’essenza dell’ecologia profonda sta nel porsi domande più radicali”, cioè nel porsi domande che mettono in discussione le certezze “superficiali” della nostra concezione del mondo, concezione che vede l’uomo protagonista assoluto della Terra, dominatore di tutte le creature. L’ecologia profonda, valica questo paradigma e sfocia nell’impersonale spostando l’uomo da motore centrale a semplice elemento della “trama della vita di cui siamo parte” (Capra, 1997). L’ecologia profonda ricondiziona lo stile della vita umana, pone quesiti su ogni atteggiamento del quotidiano e tenta di radicare nel pensiero una nuova eticauniversale ed onnicomprensiva. In altri termini un ecologo profondo avrà un atteggiamento positivo in qualsiasi settore dei rapporti sociali e “naturali” perché universalizza un principio che sin dall’origine è impostato su una visione monistica, radicale e paritetica. Scrive ancora Capra (1997): “Il potere del pensiero astratto ci ha condotto a considerare l’ambiente naturale - la trama della vita - come se consistesse di parti separate, che diversi gruppi di interesse possono sfruttare. Inoltre, abbiamo esteso questa visione frammentata alla società umana, dividendola in differenti nazioni, razze, gruppi politici e religiosi. Il fatto di credere che tutte queste parti - in noi stessi, nel nostro ambiente e nella nostra società - siano realmente separate ci ha alienato dalla Natura e dai nostri simili, e ci ha quindi sviliti. Per riconquistare la nostra piena natura umana, dobbiamo riconquistare l’esperienza della connessione con l’intera trama della vita. Questo riconnettersi, religio in latino, è la vera essenza del fondamento spirituale dell’ecologia profonda”.  Continua ancora Capra (1997): “Per l’ecologia profonda, la questione globale dei valori è decisiva; è, infatti, la caratteristica centrale che la definisce....... E’ una visione del mondo che riconosce il valore intrinseco delle forme di vita non umana. Tutti gli esseri viventi sono membri di comunità ecologiche legate l’una all’altra in una rete di rapporti di interdipendenza. Quando questa concezione ecologica profonda diventa parte della nostra consapevolezza di ogni giorno, emerge un sistema etico radicalmente nuovo. Oggi la necessità di una tale etica ecologica profonda è urgente, soprattutto nella scienza, dato che gran parte di ciò che fanno gli scienziati non serve a promuovere la vita ne a preservarla, ma a distruggerla...... Nel contesto dell’ecologia profonda, l’idea che i valori sono insiti in tutto ciò che è parte vivente della Natura, ha le sue basi nell’esperienza ecologica profonda, o spirituale, che la Natura e l’Io sono una cosa sola. Questa dilatazione totale dell’Io fino all’identificazione con la Natura è il fondamento dell’ecologia profonda.... Ne consegue che il rapporto fra una percezione ecologica del mondo e un comportamento corrispondente non è un rapporto logico ma psicologico. Dal fatto che siamo parte integrante della trama della vita, la logica non ci conduce a delle regole che ci dicano come dovremmo vivere. Tuttavia, se abbiamo la consapevolezza ecologica profonda, o l’esperienza, di far parte della trama della vita, allora vorremo (e non dovremo) essere inclini ad aver rispetto per tutto ciò che è parte vivente della Natura. In effetti, non possiamo fare a meno di reagire in questo modo”.

I principi basilari dell’ecologia profonda possono essere così riassunti (da Devall & Sessions, 1989):

  1. Il benessere e la prosperità della vita umana e non umana sulla Terra hanno valore per se stesse (in altre parole: hanno un valore intrinseco o inerente). Questi valori sono indipendenti dall’utilità che il mondo non umano può avere per l’uomo.
  2. La ricchezza e la diversità delle forme di vita contribuiscono alla realizzazione di questi valori e sono inoltre valori in sé.
  3. Gli uomini non hanno alcun diritto di impoverire questa ricchezza e diversità a meno che non debbano soddisfare esigenze vitali.
  4. La prosperità della vita e delle culture umane è compatibile con una sostanziale diminuizione della popolazione umana: la prosperità della vita non umana esige tale diminuizione.
  5. L’attuale interferenza dell’uomo nel mondo non umano è eccessiva e la situazione sta peggiorando progressivamente.
  6. Di conseguenza le scelte collettive devono essere cambiate. Queste scelte influenzano le strutture ideologiche, tecnologiche ed economiche fondamentali. Lo stato delle cose che ne risulterà sarà profondamente diverso da quello attuale.
  7. Il mutamento ideologico consiste principalmente nell’apprezzamento della qualità della vita come valore intrinseco piuttosto che nell’adesione a un tenore di vita sempre più alto. Dovrà essere chiara la differenza tra ciò che è grande qualitativamente e ciò che lo è quantitativamente.
  8. Chi condivide i punti precedenti è obbligato, direttamente o indirettamente, a tentare di attuare i cambiamenti necessari.

Gli otto punti schematici testé riportati pongono in evidenza come l’ecologia profonda, sia una delle poche concezioni che ha ricollocato l’uomo nella giusta armonia con la natura (in linea con una nuova etica della terra). Ecco un semplice parallelo tra i principi della cultura dominante e quella “profonda” dell’Ecologia profonda (da Devall & Sessions, 1989):

Cultura dominante: CD
Ecologia profonda: EP

CD: Dominio sulla natura
EP: Armonia con la natura

CD: L’ambiente naturale è una risorsa per l’uomo
EP: Tutta la natura ha un valore intrinseco/uguaglianza delle biospecie

CD: Crescita economica/materiale per l’aumento della popolazione umana
EP: Bisogni materiali semplici

CD: Fiducia nell’abbondanza delle risorse EP: Risorse limitate della Terra

CD: Progresso e soluzioni ad alta tecnologia
EP: Tecnologia appropriata: scienza non dominatrice

CD: Consumismo
EP: Sobrietà/riciclaggio

CD: Comunità centralizzata/nazionale
EP: Tradizione minoritaria/bioregione

Livingston (in Devall & Sessions, 1989) afferma giustamente che gli argomenti inerenti alla protezione della natura sono sempre stati impostati verso interessi umani diretti ed indiretti, tanto che senza una mutazione integrale della consapevolezza e della profondità dello spirito, non è possibile connettersi in verità con il mondo naturale e quindi“non c’è alcuna speranza di ribaltare la situazione e di proteggere i boschi e gli animali selvatici dalla distruzione umana”. Per esempio l’istituzione di un’area protetta è un classico intervento dell’ecologia superficiale, sempre, come detto, in chiave antropocentrica. Non si mettono mai in dubbio le “certezze” della società e della scienza moderna, ma si criticano esclusivamente gli aspetti negativi apparenti di superficie senza andare mai al nocciolo della questione. E’ doverosamente giusto un intervento protettivo, si badi bene, ma deve essere integrato da quella visione “profonda” della realtà naturale dove l’uomo è un elemento indistinto in un tutto unico e dove ogni atteggiamento è sempre spontaneamente in armonia con l’altro. Fermiamoci per un attimo a riflettere. Proviamo a cambiare la nostra vita. Entriamo nella spiritualità profonda della natura e perdiamoci entro le sue forze, senza pensare ad una meta né ad un nostro particolare interesse. Scrivono Lombardo & Olivetti (1991) “Un passo dietro l’altro. L’importante è non anticipare, non pensare a ‘quanto manca per arrivare’. Camminare, dentro le proprie scarpe, senza considerare il tempo esterno. Lo sanno bene quelli che hanno imparato a farlo, in montagna o più genericamente nell’ambiente naturale.....Camminare è, in primo luogo, andare alla ricerca del tempo perduto....Il tempo è perduto perché il presente pieno non esiste più, nella nostra vita, neanche nei momenti di svago e disimpegno. Viviamo in una dimensione in cui il passato è cancellato.....ma anche il presente è morto, sostituito da una continua anticipazione di quello che faremo fra dieci minuti, un’ora, due giorni. Un limite continuamente spostato in avanti”. Proviamo allora a ricongiungerci alla natura, proviamo a raggiungere l’essenza delle cose nel loro profondo, anche nel più profondo di noi stessi, e spegnamo finalmente la bramosia delle sensazioni esterne. “Alla lunga, per partecipare con gioia e con tutto il cuore al movimento dell’ecologia profonda, bisogna prendere la vita molto seriamente. Chi mantiene un basso tenore di vita e coltiva un’intensa, ricca, vita interiore, riesce, meglio di altri, ad avere una visione ecologica profonda e ad agire di conseguenza. Mi siedo, respiro profondamente e sento esattamente dove sono “ (Arne Naess). Scrive Dalla Casa (1996): “Nell’impostazione di pensiero dell’ecologia profonda, la nostra specie non è particolarmente privilegiata. Gli esseri viventi e gli ecosistemi, come tutti gli elementi del Cosmo, hanno un valore in sé. Tutta la Natura ha un valore intrinseco ed unitario, così come ha un valore in sé ogni sua componente, formatasi in un processo di miliardi di anni. La specie umana è una di queste componenti, uno dei rami dell’albero della Vita........Il mondo naturale non è ‘patrimonio di tutti, ma è ben di più: è di miliardi di anni anteriore alla nostra specie. Se proprio si vuol parlare di appartenenza, è l’umanità che appartiene alla Natura e non viceversa........ In questo quadro l’idea occidentale-biblica sulla posizione umana appare più o meno come un curioso delirio di grandezza. Mentre nell’ecologia di superficie la Terra va rispettata perché è di tutte le generazioni presenti e future, nell’ecologia profonda la specie umana non è depositaria né proprietaria di alcunché”. Tuttavia, come precedentemente detto, anche l’ecologia di superficie è importante, soprattutto per gli interventi che devono avere un immediato riscontro nel campo della conservazione. Tenuto altresì conto che per raggiungere una visione profonda dell’ecologia è necessario avviare un radicale mutamento del proprio pensiero, non si esclude che le acquisizioni mentali dell’ecologia di superficie siano una delle tappe fondamentali verso quelle profonde. Sperando che l’ecologia di superficie non sia un ennesimo spettacolo della “civiltà” occidentale!

“Per la prospettiva ecologica profonda, vivere la natura selvaggia significa: a) sviluppare il senso del luogo; b) ridifinire il ruolo dell’uomo nel sistema naturale: da conquistatore della terra a persona che sperimenta un contatto pieno con la natura; c) coltivare la modestia e l’umiltà; e infine, d) comprendere il ciclo vitale delle montagne, dei fiumi, dei pesci, degli orsi........ Come ecologista profondo........ Muir indagava la natura e non si limitava ad ammirarla. Cominciò a capire che le cavallette o i pini e le pietre non dovevano essere intese come entità separate perché erano strettamente connesse” (Devall & Sessions, 1989).

Occorre infine ricordare che un’ idea anche se sostenuta da una minoranza può nel tempo produrre degli effetti sostanzialmente positivi. Scrive infatti Kaczynskj (1997): “Prima della lotta finale i rivoluzionari non dovrebbero aspettarsi di avere la maggioranza dalla loro parte. La storia è fatta di minoranze attive e determinate, non dalla maggioranza, che raramente ha una idea chiara e precisa di quello che realmente vuole. Nel tempo necessario per arrivare allo sforzo finale verso la rivoluzione il compito dei rivoluzionari sarà quello di costituire un piccolo nucleo di persone profondamente coinvolte piuttosto che cercare di guadagnarsi il favore della massa. Per quanto riguarda la maggioranza, sarà sufficiente renderla consapevole dell’esistenza della nuova ideologia e ricordargliela con frequenza.... “.

"Solo se riusciremo a vedere l'universo come un tutt'uno in cui ogni parte riflette la totalità in cui la grande bellezza sta nella sua diversità, cominceremo a capire chi siamo e dove stiamo. Altrimenti saremo solo come la rana del proverbio cinese che, dal fondo del pozzo, guarda in su e crede che quel che vede sia tutto il cielo" (Tiziano Terzani).

“Quello che conta non è solo l’idea, ma la capacità di crederci fino in fondo” (Ezra Pound). ‎ ecologiaprofonda.com

don_chisciotte
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Quando ci troviamo a discutere di argomenti di crescita/decrescita con amici e conoscenti con molta probabilità qualcuno dirà la fatidica frase:"hai ragione ma purtroppo è così e non si può tornare indietro". Ecco, a questa frequente osservazione io risponderei:"E" vero, probabilmente hai ragione anche tu, forse non si può tornare indietro ma è anche vero che...non si potrà più andare tanto avanti!" (per le questioni che già sappiamo e cioe' i limiti imposti da un pianeta finito che non potrà sopportare una crescita infinita).

adepadova
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CHI DI VOI SAREBBE INTERESSATO A RINUNCIARE AL 5% DEL PROPRIO REDDITO (50 EURO AL MESE SE SI HA UNO STIPENDIO DI 1000 EURO), IN CAMBIO DI 2 SETTIMANE IN PIU' DI LIBERTA' DAL LAVORO?

don_chisciotte
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Io tre anni fa ho rinunciato non al 5% ma al 50% del mio stipendio passando da una posizione ben retribuita da dipendente a quela di libero professionista. Guadagno la metà ma sono molto più libero e ne sono felice. Ciao.

adepadova
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Io sono in part time dal secolo scorso e precisamente da quando la legge Bassanini l'ha consentito nella Pubblica Amministrazione.

Negli anni, grazie alla disponibilità della mia Amministrazione, ho modificato spesso la percentuale, tornando tal volta al 100% in caso di particolari esigenze dell'Ente piuttosto che per l'emergere di esigenze di reddito aggiuntive ad esempio per realizzare l'impianto fotovoltaico sul tetto di casa (che subito dopo essere stato realizzato ha ridotto immediatamente la mia necessità di reddito consentendomi di scendere dal 50% di prima al 45% di dopo il periodo di tempo pieno.

In questo momento sono al 40%.

adepadova
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Sul tema suggerisco la collana dei libri del Movimento della Decrescita Felice (MDF)editoririuniti.it.

Dico subito però che non sono d'accordo con la frase "A destra ed a sinistra si sente sempre la solita tiritera che bisogna far ripartire l'occupazione per far ripartire i consumi, ma siamo proprio convinti che le cose debbano andare così? Il problema in effetti non è tanto la mancanza di lavoro, ma la mancanza di stipendio!"

Se la ricchezza prodotta (inutilmente ed a danno del'ambiente e depauperamento delle risorse che dovremmo invece lasciare a chi ci ha prestato questo mondo: i nostri figli) fosse "semplicemente" distribuita più equamente non si avrebbe altro che una accellerazione del processo di distruzione del pianeta. Si dice che non va bene che i ricchi siano sempre più ricchi perchè un ricco può comprarsi al più una mezza dozzina di elicotteri privati ma non si comprerà mai 5 miliardi di mutande al mese. Ma la domanda è: siamo sicuri che sia opportuno che ciascuno su questo pianeta disponga di una mutanda nuova ogni mese?

La Decrescita Felice, ma in genere tutto il pensiero decrescente, sia quello di Maurizio Pallante (fondatore di MDF) che quello di Latouche, sia quello di Mauro Bonaiuti, Paolo Cacciari, ed altri che si riconoscono nell'associazione www.decrescita.it, sia ancora quello delle associazioni internazionali che fanno capo a Research&Defrowth (www.degrowth.org/), ritengono che la strada maestra per attuare il percorso della decrescita e costruire quindi l'auspicato modello sociale teorizzato da Ivan Illich (del quale suggerisco la lettura de LA CONVIVIALITA' periferiesurbanes.org) sia quello della DMERCIFICAZIONE della nostra esistenza. Della riduzione cioè della dipendenza della nostra vita dal denaro come strumento di approvvigionamento di tutto ciò che ci necessita.

Quindi, fermo restando che è iniquo che la ricchezza (mercantile) venga mal distribuita, l'obiettivo non è tanto quello di ridistribuire la ricchezza mercantile (cioè la possibilità per ciascuno di disporre di denaro per comprare tutto ciò che vuole) quanto quello di non aver bisogno di comprare. Vuoi perchè molte delle cose che compriamo sono inutili e dannose per l'ambiente (come tutti i vestiti, le scarpe, le auto all'ultima moda, i cellulari che sostituiamo ogni 6 mesi, ecc...) vuoi perchè di molte cose potremmo approvvigionarci al momento del bisogno senza averne la proprietà esclusiva (peraltro spesso non goduta per la gran parte del tempo). Mi riferisco ad esempio alla consuetudine di avere in ogni casa una cassetta degli attrezzi invece che avere un locale condominiale attrezzato per le riparazioni, piutosto che a scegliere di usare i mezzi collettivi o il carsharing o il carpooling per spostarsi. Il percorso di riduzione della dipendenza dal reddito procede ovviamente anche in altre direzioni come l'autoproduzione dell'energia di cui si ha bisogno (per quella elettrica è già una realtà, per quella termica ci si può arrivare attraverso la coibentazione della propria abitazione fino a far si che non serva riscaldarla d'inverno o rinfrescarla d'estate) o quella dei propri alimenti o la mautenzione "in economia" delle proprie cose e delle proprie case. O ancora lo scambio delle case per poter visitare posti diversi da quelli in cui si vive abitualmente (con una completa rivoluzione dei concetti di VACANZA, TURISMO, ecc....), piuttosto che con la scelta di scambiarsi servizi in modo cooperativo e conviviale, fino alla scelta del cohusing. Mi fermo qui, ma credo sia chiaro a cosa mi riferisco.

Un processo di questo genere può portare rapidamente ad una consistente riduzione del bisogno di reddito con la conseguente riduzione della necessità di dedicare tempo al lavoro retribuito e corrispondente aumento del tempo, unica risorsa veramente necessari per potersi fermare a ragionare e poi attuare tutte le azioni che possono portare ad una ulteriore riduzione della necessità di reddito. In un circolo virtuoso che si autoalimenta.

Ma il risultato più importante di questo processo è che la riduzione del tempo dedicato al lavoro retribuito libera spazio a quanti il lavoro non l'hanno: è facile comprendere che ogni 4 lavoratori che scegliessero di lavorare 4 invece di 5 giorni alla settimana, riducendo il proprio reddito del 20% renderebbero possibile ad un disoccupato di lavorare anche egli 4 giorni alla settimana. In questo modo si ridistribuirebbe l'occupazione (ed il relativo reddito) annullando la disoccupazione. Il che, presumibilmente, produrrebbe un aumento delle retribuzioni, oggi tendenti a diminuire proprio per la elevata presenza di disoccupati disponibili ad essere pagati poco pur di lavorare.

CHI DI VOI SAREBBE INTERESSATO A RINUNCIARE AL 5% DEL PROPRIO REDDITO (50 EURO AL MESE SE SI HA UNO STIPENDIO DI 1000 EURO), IN CAMBIO DI 2 SETTIMANE IN PIU' DI LIBERTA' DAL LAVORO?

don_chisciotte
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Relativamente al concetto di decrescita, e quindi di cambiamento, riporto qui di seguito alcuni concetti interessanti che ho trovato leggendo il libro "Il Tao della Liberazione" di Leonardo Boff e Mark Hathaway. 

Innanzitutto occorre definire un obiettivo o una motivazione chiari verso cui desideriamo orientarci: una "visione" che ci ispiri e ci illumini. Solo allora potremo passare alle altre fasi: deliberazione (o discernimento), affermazione, pianificazione e controllo dell'esecuzione del piano.  Per essere davvero avvincente e appagante, tale visione deve basarsi sui valori di cio' che davvero conta nella vita: non il denaro e la corsa al potere, ma le relazioni, l'amore, il senso di appartenenza, la bellezza‎, il timore riverenziale e il piacere della vita. Non dev'essere un ritorno romantico verso una mitica età dell'oro che non e' mai esistita, bensi' un andare avanti. Secondo Morris Berman (1981), a tal fine potremmo aver bisogno di recuperare idee e modi di essere che si trovano nelle società tradizionali - in particolare la consapevolezza che siamo parte di una più grande comunità della vita -, ma non dieve trattarsi di un ritorno al passato. Anzi, viste le dimensioni della popolazione umana e i danni che abbiamo già fatto, alcune forme di tecnologia contemporanea potrebbero in realtà essere essenziali per qualsivoglia società trasformata riusciremo a creare; ma l'uso che facciamo della tecnologia, oltre che la sua portata e il suo scopo, dovrà cambiare in modo sostanziale.

Thomas Berry racconta che spesso un artista‎ esperisce "qualcosa di simile al sogno cosciente che si chiarisce nel corso del processo creativo stesso". Allo stesso modo, "noi dobbiamo avere una visione del futuro avvincente abbstanza da sostenerci nella trasformazione del progetto umano attualmente in corso" (1999). Ovviamente, non occorre che la visione sia completa fin dall'inizio, dato che vi è un'interazione dialettica tra visione e azione. Man mano che sperimentiamo nuovi modi di essere nel mondo, la visione si perfezionera' e si chiarirà. Alla fine, il cammino diventerà nitido solo una volta che l'avremo percorso. Tuttavia, cio' che ci ispira e ci sostiene durante il viaggio è, per certi versi, sempre il sogno:"il sogno guida l'azione".

Un modo più positivo per riformulare tale concetto è affermare che dobbiamo "vivere come se" la realtà che desideriamo vedere fosse già qui: dobbiamo sforzarci di incarnare la visione che desideriamo vedere per il mondo. Tentiamo cioè di creare‎ e praticare nuove abitudini, nuovi modi di essere per far si che, nel corso del tempo, sia più facile per gli altri praticarli e diffonderli. Di primo acchito potrebbe sembrare un'impresa estremamente ardua ma, nella misura in cui recuperiamo anche le percezioni e le abitudini praticate dall'umanita' in epoche precedenti (e perfino oggi da alcuni popoli indigeni) e tentiamo di allinearci al grande attrattore universale - il Tao -, non creiamo nuove abitudini dal nulla, piuttosto adattiamo al nostro tempo e al nostro luogo percezioni e abitudini già esistite. ‎ Secondo Donella Meadows (1999) per operare la trasformazione e' necessario adottare una mentalità, un paradigma o una cosmolgia nuovi. Per quanto difficile, non c'e' niente di inevitabilmente fisico o costoso o perfino lento nel processo di cambiamento del sistema. In un individuo può avvenire in un millisecondo. Tutto ciò che richiede e' un click nella mente, far cadere i paraocchi, un nuovo modo di vedere. Le società sono una questione diversa. Esse resistono alla messa in discussione dei loro schemi più che a qualunque altra cosa. Tra le risposte sociali alla messa in discussione degli schemi ci sono state crocifissioni, roghi, campi di concentramento e arsenali nucleari. Quindi come si cambiano gli schemi [...] In sintesi, continuando a puntare il dito contro le anomalie e i fallimenti del vecchio paradigma, continuando a parlare del nuovo paradigma, introducendo le persone in luoghi di visibilità pubblica e di potere. Non perdendo tempo con i reazionari; piuttosto collaborando con gli agenti del cambiamento attivo e con i tanti moderati di larghe vedute.  ‎ ‎

don_chisciotte
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Leggete cosa dice il filosofo e polemista francese Pascal Bruckner che si scaglia senza pieta' contro l'ambientalismo. La colpa sarebbe solo nostra...ilfoglio.it

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Decrescita in Ungheria repubblica.it

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L'economista francese Daniel Cohen dell'Universite' Paris-Dauphine si chiede:"Perche' diventa sempre più difficile essere felici, nonostante la ricchezza crescente dei paesi sviluppati?‎ Perche' i soldi non ci rendono felici?". Fa osservare che i cittadini francesi di oggi sono meno felici di un terzo rispetto al 1950, benche' guadagnino il doppio. Si risponde osservando che l'economia ci spinge a concentrarci sulla competizione, mentre a renderci felici sono la cooperazione e il volontariato. Si domanda se non sia giunto il momento che le economie svilupate rinuncino all'idea della crescita ad ogni costo. (Philip Kotler - Ripensare il capitalismo - Hoepli 2015)

irene70 - disiscritto
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Sì, sarebbe ora; e in effetti il fatto che i soldi non rendano felici è anche scientificamente dimostrato: esiste infatti il "paradosso della felicità"(ma mi capita di conoscerlo solo perché ho dovuto approfondire la questione poco tempo fa, forse è citato anche in quel libro), formulato nel 1974 da R. Easterlin, professore di economia dellʼUniversità della California. Secondo Easterlin, la vera felicità delle persone dipende molto poco dalle variazioni di reddito e di ricchezza: attraverso i suoi studi ha osservato che quando aumentano reddito e benessere economico la felicità umana aumenta, sì, ma solo fino a un certo punto, e poi comincia a diminuire seguendo una curva a U rovesciata. In sintesi, in una condizione di povertà lʼaumento di beni si traduce immediatamente in un maggiore benessere. Quando però viene oltrepassata la soglia che corrisponde al soddisfacimento di tutti i bisogni essenziali, questa relazione non vale più e la maggiore ricchezza potrebbe addirittura coincidere con una percezione più accentuata di insoddisfazione. E questo viene invece spiegato dalla teoria dellʼadattamento secondo la quale gli aumenti di reddito producono un miglioramento del benessere solo nel breve periodo, dopo il quale la felicità torna ad attestarsi al suo livello base: dopo un poʼ, insomma, desideriamo avere di più. A questa legge dell'adattamento sfuggono solo i beni 'relazionari', cioè i beni beni gratuiti, come lʼamore, lʼamicizia, lʼarmonia, l'arte e la musica, ecc.: gli unici di cui non ci stanchiamo mai! (Ecco perché qualche studioso ha cominciato a parlare di BIL cioè il Benessere Interno Lordo che non è, una buona volta, riferito al prodotto!).

francescomarchetto
francescomarchetto

Volevo segnalare, a proposito del mio post di ormai molti mesi fa, il libro "Manuale pratico della Transizione" di Rob Hopkins. La Transizione è un movimento internazionale nato a Totnes in inghilterra per cercare di creare una società meno energivora e più resiliente partendo dalle nostre comunità. Non c'è una gerarchia, nè una tessera od una struttura organizzata, anzi molti di voi sono già in transizione senza neppure saperlo! Il libro dà più che altro suggerimenti e racconta l'esperienza fatta a Totnes ed in altre città in transizione; una lettura che vale senz'altro la pena di fare anche se per trovarla si deve guardare su internet! Buona Transizione a tutti!

gretagolia_granitas
gretagolia_granitas

Grazie Francesco., tempo fa ho visto un'intervista fatta a Rob Hopkins, e conosco qualcosa ma non approfonditamente. Devo decisamente cercare il libro e approfondire. E poi magari arriverà una buona pratica a parte.

don_chisciotte
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Nel libro di Leonardo Boff e Mark Hathaway - Il Tao della Liberazione (quasi 700 pagine di cui riesco a capirne solo circa la meta' per il momento...) si "cerca di trovare una Via che ci guidi nel nostro tentativo di realizzare quelle profonde trasformazioni necessarie per compiere la Grande Svolta che condurra' all'era ecozoica". Ecco, mi e' piaciuto molto questo termine, "ERA ECOZOICA", un'era che vorrei poter vivere o perlomeno pensare di aver contribuito al suo manifestarsi (assieme a tanti altri come voi di Contiamoci). Come buon auspicio potremmo quindi cominciare ad usare questo termine, ERA ECOZOICA, per meglio definire il nostro obiettivo, la nostra destinazione, e cioe' il traguardo verso un mondo dove non e' più' l'uomo che cerca di dominare la natura distruggendola (antropocentrismo), ma dove egli stesso vive come parte integrante del grande sistema dell'Universo, in perfetto equilibrio. Sembra solo filosofia ma non e' cosi'. Hanno scritto un libro di quasi 700 pagine e non c'e' solo teoria ma anche pratica! "Gli autori tracciano un cammino di guarigione cercando il punto di intersezione tra la tradizione cattolica e quella orientale. Non solo, la rinascita spirituale che invocano si nutre dell'apporto di psicologia e fisica quantistica, femminismo e cosmologia, economia ed evoluzionismo. Solo incrociando le prospettive di scienze, religioni e saggezze antiche si puo' produrre una rivoluzione della percezione, il preludio al cambiamento delle nostre abitudini". E ovviamente si parla anche di concetti strettamente legati alla Decrescita Felice. La prefazione a questo libro e' di Fritjof Capra, gia' citato da Germana nei commenti di questa Buona Pratica, che ci segnalava due suoi libri. Io questo libro me lo sono comperato oggi, dopo che ci giravo intorno da mesi (infatti come si puo' notare da alcuni miei commenti precedenti, vi avevo gia' faccio riferimento). Perche', come dicevo sopra, alcune cose le capisco mentre altre sono veramente al di fuori delle mie competenze/conoscenze. Comunque faro' del mio meglio per capirci di più' e casomai vi daro' qualche altra "dritta" ogni tanto. Nel frattempo meorizziamo il nostro obiettivo: L'Era Ecozoica!!!

germana
germana

Ciao! Consiglio i libri di Fritjof Capra "Il punto di svolta" e "La rete della vita" che parlano di come tutto - e dico TUTTO - sia connesso e sia fatto allo stesso modo. Più che decrescere servirebbe capire questa intima connessione in modo da diffondere un modo di vivere - osiamo pure dire modello economico - sistemico. Ogni cosa ha ripercussione su un'altra, nel tempo e nello spazio.

bebabi34
bebabi34

più o meno consapevolmente sappiamo tutti qual è il tema cardine per ogni ragionamento su consumismo e sostenibilità. ci raccontiamo spesso che va posto un limite all'aumento di tutto, tranne che della nostra presenza nell'ecosistema che ci ospita. la mia paura è che non siamo ancora pronti a discuterne con serena obiettività e con la giusta laicità, per puntare a soluzioni e non a facili viscerali consensi. i nefasti esempi del passato sono ancora troppo vivi in noi che li conosciamo, mentre non hanno lasciato alcun insegnamento in chi li ignora. ps lettura consigliata: Jules Verne, L'eterno Adamo, 1910 (!)

irene70 - disiscritto
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Mi è capitato di sentire una conferenza di Alessandro Pertosa, un filosofo e teorico anche lui della decrescita. È stato molto interessante ascoltarlo perché ha puntualizzato una leggera ma importante differenza rispetto alla decrescita come la intende Latouche: se per Lautoche si parla di decrescita come qualcosa di globale e politico (cosa che lo porta spesso ad essere tacciato per l'utopista che ci vuole riportare alle caverne), Pertosa dice che bisognerebbe puntare a una decrescita 'esistenziale' e in pratica decrescere SELETTIVAMENTE nei nostri consumi in base a quello che siamo e possiamo in quel momento, cioè non decrescere in tutto e per tutto per partito preso, come una convinzione quasi politica, ma almeno laddove la nostra vita ce lo consente (e nel frattempo rendere 'esitenziale' questo modo di pensare, cioè educarci a tendere al minimo consumo e non al massimo). Se per esempio abbiamo dei figli piccoli certi consumi non potremo abbatterli del tutto mentre ne potremo diminuire altri e nel contempo allenarci a questo modo di pensare (ma non come fosse la tessera di un partito, e quindi interiorizzarlo anche per trasmetterlo nel modo giusto).

don_chisciotte
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Mi sembra interessante anche questo punto di vista. Il problema è che il "decrescente" nella nostra società è visto ancora come uno sfigato, uno che rinuncia in un contesto dove invece bisogna essere sempre super performanti esteriormente (che significa consumare di più per essere all'altezza dello status impostoci). Mentre invece il "decresecente" è probabilmente ricco dentro e non ha nemmeno bisogno di dimostrarlo. Cioè l'immagine del decrescente è l'immagine di un perdente, il che è sbagliato perchè è semplicemente una persona che "ha capito". Non so come si possa riuscire a convincere le persone del contrario in un contesto sociale che professa la crescita a tutti i costi. La crisi ha aiutato a ridurre i consumi, ma se la decrescita è solo imposta da fattori esterni e non compresa nel suo aspetto etico e vissuta come vero e proprio stile di vita (che porta soddisfazione e non frustrazione), non si è raggiunto lo scopo. E' un percorso difficile e soprattutto, ovviamente non è supportato a livello politico/economico. Pertanto la maggior parte delle persone continua a vivere ambendo ad avere di più per vivere meglio anzichè imparare a vivere bene con meno.

irene70 - disiscritto
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In effetti sì, è così... Ma ho avuto il piacere e la fortuna di conoscere Alessandro Pertosa di persona proprio oggi nell'ambito della manifestazione e gli ho girato alcune di queste perplessità, tra cui questa, e in effetti si è trovato d'accordo sul fatto che se la crisi finisce e gli 'straconsumi' ripartono si è punto e a capo, e diceva che però è davvero necessario entrare in quest'ottica che porta ad un minimo di decrescita soprattutto 'lavorando' sulle giovani generazioni; è necessario perché altrimenti si arriverà davvero a un punto morto e comunque il pianeta non ha risorse illimitate, volenti o nolenti.

don_chisciotte
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ok grazie, mi raccomando la prossima volta avvisami che vengo anch'io ciao!

don_chisciotte
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Titolo in prima pagina del quotidiano Il Gazzettino del 29 ottobre. "Gli italiani riscoprono la fiducia. L'Istat: indice mai cosi' alto da 13 anni, torna il sogno di comprare un'auto nuova. Renzi: il Paese ci crede". Vedi che c'e' il rischio di cui si stava parlando e cioe' che se la crisi rientra, le persone comincino nuovamente a ragionare secondo la mentalita' consumistica. Tornare a sognare di comprare un'auto nuova? E per che cosa? Per rottamarla fra meno di 10 anni? Non avremmo veramente altri sogni da realizzare se la crisi rientra? E' per questo che da anni non credo piu' all'informazione "standard" perche' trasmette messaggi che nulla hanno a che vedere con un vero cambiamento. Se tornare a sognare un'auto nuova equivale ad un'iniezione di fiducia significa, restando in tema, che siamo completamente fuori strada!

irene70 - disiscritto
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Mi sa che fuori strada ci siamo già da un bel pezzo (questo scriveva Parise globalist.it nel 1974! da leggere, mi raccomando, dando il giusto valore alla parola'povertà' e con tutto il massimo rispetto per chi è senza lavoro, tra cui mi metto pure io tra l'altro,che nessuno vuole esaltare la fame, questo sia chiaro), però sì, i 'sogni' di un cambiamento dovrebbero andare oltre la macchina nuova.

don_chisciotte
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Grazie. Veramente non credo che un articolo del genere potrebbe apparire sul Corriere della Sera ai giorni nostri. Però quanto aveva ragione questo uomo e per fortuna che (ho controllato su Wikipedia), nonostante Parise sia scomparso a soli 57 anni, la sua morte è stata naturale e non decisa da qualche organo superiore come per (ne sono convinto) Pasolini, John Lennon, J.F. Kennedy e tanti altri...questi omicidi di personaggi famosi e spesso scomodi per il sistema, realizzati da pazzi squilibrati, a me non hanno mai convinto, non so voi.

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Riporto qui un nuovo link per accedere all'articolo di Parise segnalato sopra da Irene estetica-mente.com volevo rileggerlo e mi sono accorto che il link postato da Irene tempo fa non riportava più questo articolo.

don_chisciotte
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Penso che sia una maledizione essere ambiziosi. L'ambizione e' una forma di interesse per se stessi, di autoimprigionamento, e perciò determina la mediocrità della mente. Vivere in un mondo pieno di ambizioni senza essere ambiziosi significa realmente amare qualcosa per se stessa senza cercare una ricompensa, un risultato; e questo è molto difficile, perché il mondo intero, i vostri amici, i vostri conoscenti lottano per il successo, l'appagamento, per diventare qualcuno. Ma capire tutto questo ed esserne liberi, e fare qualcosa che amate per davvero, non importa che cosa ne' quanto modesta essa sia: penso che questo risvegli lo spirito di grandezza che non cerca mai approvazione, ricompensa, che fa fare le cose per amore di queste e quindi ha la forza e la capacità di non lasciarsi imprigionare dall'influenza della mediocrità.

Penso che sia molto imporantante capire tutto ciò da giovani, perché le riviste, i giornali, la televisione e la radio enfatizzano costantemente l'adorazione del successo, incoraggiando in tal modo l'ambizione e la competitività che determinano la mediocrità della mente. Se siete ambiziosi vi state semplicemente adattando a un particolare schema di società, quello americano, russo o indiano, e perciò vivete a un livello molto superficiale. ‎(Jiddu Krishnamurti 1895-1986)

sistrall
sistrall

Ci sono tante riflessioni che si possono fare per aiutarsi nel percorso che descrivi. Mi aiuta sempre il pensiero che la società dei consumi che abbiamo oggi è davvero recente (parliamo di meno di cento anni, a essere di manica larga). Il fatto che sia un'esperienza così breve, fa pensare che si possa smontare e, sopratutto, che si possa sostituire con percorsi nuovi.

frabarenghi
frabarenghi

Grazie della speranza! Personalmente ci sto impiegando anni a "decondizionarmi" pur con la cultura e un ambiente umano a favore, perché l'imprinting consumistico ricevuto in tenera età è pesante. Spero che gli altri casi umani siano più agili del mio ;-)

valeriafranco
valeriafranco

E' vero. L'imprinting è difficile da superare! Ma ora che ho cominciato a familiarizzare con questi concetti (decrescita in particolare) Mi rendo conto di quanto sciocche fossero certe abitudini che ci hanno insegnato da piccoli, tipo cambiare un vestito solo perchè non era più di moda (ma perchè?!). Tra l'altro la moda è sempre esistita, anche all'epoca di Jane Austen (ci sono riferimenti del genere nei suoi libri) e prima, ma non cambiava certo ogni anno... e oltretutto chi poteva permettersi di seguirla era una minoranza della popolazione. E così tante altre cose, i viaggi, gli sprechi, i cibi esotici... erano di una piccolissima minoranza. E' difficile secondo me trovare l'equilibrio, tra le tante conquiste dell'era moderna e una riduzione dei desideri. Io aggiusto tutto, ma farei fatica a rinunciare ai viaggi, ad esempio.

don_chisciotte
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La moda e' una delle tante schiavitu' a cui ci ha costretto l'imprinting consumistico. Il concetto dell'obsolescenza percepita (la moda appunto) va estirpato dal nostro cervello perche' e' come un tumore che limita la nostra liberta' di pensiero. Vestitevi come vi pare! (Vedi anche la Buona Pratica relativa contiamoci.com).

don_chisciotte
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Hai ragione Sistrall e, relativamente a questo argomento, consiglio la lettura del libro di Jared Diamond "Il mondo fino a ieri - che cosa possiamo imparare dalle societa' tradizionali? (Edizioni Einaudi). Dai viaggi in aereo ai telefoni cellulari, dall'alfabetizzazione all'obesita', la maggior parte di noi da' per scontato alcune caratteristiche della modernita', ma per la quasi interezza dei suoi sei milioni di anni di vita la societa' umana non ha conosciuto nulla di tutto cio'. In termini evoluzionistici, le cose sono cambiate soltanto di recente, e "il mondo fino a ieri" ci offre un affascinante ritratto di prima mano di cio' che per decine di migliaia di anni e' sata la vita dell'umanita', soffermandosi sul significato che le differenze fra quel passato ormai quasi scomparso e il nostro presente hanno per l'uomo oggi.

don_chisciotte
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Per rendere ancora meglio il concetto espresso qui sopra da Sistrall, se poniamo che tutta la storia dell'universo, lunga quindici miliardi di anni, si possa condensare in un unico secolo, quello che e' avvenuto dal 1950 ad oggi (cioe' l'accelerazione drastica del ritmo dello sfruttamento e della devastione ecologica) si sarebbe verificato solo negli ultimi 15 secondi di questo secolo "virtuale" di vita dell'universo. Se da un lato una constatazione del genere puo' sollevare il morale, dall'altro e' veramente inquietante rendersi conto di quanto male sia stato fatto al pianeta in cosi' poco tempo (ho letto questo esempio nel libro "Il Tao della Liberazione" di Leonardo Boff e Mark Hathaway).

don_chisciotte
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Aggiungo che: tutto questo scempio e distruzione l'abbiamo fatto per che cosa? I "benefici" di questo processo sono andati a una fetta molto piccola dell'umanita': la fascia piu' ricca della popolazione mondiale, pari al 20 per cento, guadagna circa duecento volte di piu' del 20 per cento piu' povero....ma non essendo questo un sistema sostenibile, persino la minoranza di persone che ne beneficia al momento non puo' sperare di continuare cosi' a lungo. Insomma, il mondo e' governato da un SISTEMA PATOLOGICO FUORI CONTROLLO che, lasciato a se stesso, minaccia di distruggere la Terra (Il Tao della Liberazione - 2014).

don_chisciotte
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Grazie per questo tuo contributo. La scelta della decrescita e' molto difficile proprio perche', come dici tu, la nostra societa', attraverso i mezzi di comunicazione di massa, continua a professare l'esatto contrario. Secondo me, uno dei primi gesti da compiere per uscire con convinzione dalla mentalita' consumistica ed iniziare con altrettanta convizione la decrescita e' spegnere definitivamente la televisione. E' necessario eliminarla fisicamente da casa (quindi non basta solo spegnerla). Bisogna imparare a farne a meno. Cioe' non basta dire "non guardo mai la TV ma la tengo comunque in casa nel caso venisse qualcuno o per vedere saltuariamente qualcosa che mi interessa", perche' questo vuol dire continuare ad esserne dipendenti. Per decrescere veramente bisogna fare anche delle scelte drastiche, che gli amici potrebbero criticarci, e questa di eliminare la TV e' una di queste. La "decolonizzazione dell'immaginario" professata da Latouche potrebbe partire anche da qui. Il collegamento tra questa Buona Pratica e ques'altra di Contiamoci, "Spegni la TV, accendi il cervello" contiamoci.com e' fondamentale a mio avviso. Grazie affinche' tutti i sostenitori della decrescita la mettano in atto.

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